La viticoltura veneziana: coltivare la vite tra laguna, isole e tradizione

La viticoltura veneziana: coltivare la vite tra laguna, isole e tradizione

Quando si pensa a Venezia, la vite non è probabilmente la prima cosa che viene in mente.

Pensiamo alla laguna, alle calli, ai palazzi affacciati sull'acqua, alle barche e alla storia della Serenissima. Eppure, per secoli, anche la vite ha fatto parte del paesaggio veneziano.

La viticoltura a Venezia non si trovava soltanto nelle isole più lontane dal centro. Vigne e piccoli appezzamenti erano presenti anche nella città storica, all'interno di orti, broli, conventi e monasteri. Le testimonianze raccolte dagli studi storici mostrano una presenza della vite molto più diffusa di quanto oggi si possa immaginare.

Oggi rimangono soltanto piccoli frammenti di quella storia. Ma proprio da questi frammenti sta nascendo una nuova attenzione verso la viticoltura della Laguna e verso quei vitigni che rischiavano di scomparire.

Venezia, una città anche di vigneti

La presenza della vite a Venezia ha radici antiche.

Nel corso dei secoli le vigne erano coltivate in diversi punti della città e della laguna. Alcune erano legate a proprietà private, altre appartenevano a istituzioni religiose. I monasteri e i conventi ebbero infatti un ruolo importante nella conservazione e nella gestione dei vigneti veneziani.

Uno dei casi più conosciuti è quello di San Francesco della Vigna, nel cuore di Venezia. Il nome stesso del luogo ricorda la presenza di una vigna: secondo le fonti riportate dagli studi storici, una vigna venne donata ai Frati Minori nel XIII secolo, prima della costruzione dell'attuale complesso.

Ma le vigne non erano limitate al centro storico.

La viticoltura si sviluppò anche nelle isole della laguna, dove esistevano superfici agricole molto più ampie. Sant'Erasmo, Mazzorbo, Torcello, Burano, Vignole, Giudecca, Murano, Malamocco e Pellestrina sono tra i luoghi documentati dalle fonti storiche.

Era una Venezia diversa da quella che conosciamo oggi: una città strettamente legata alla propria campagna e alle proprie isole agricole.

La vite nella Laguna veneziana

Coltivare la vite nella laguna non è mai stato semplice.

L'ambiente lagunare ha caratteristiche particolari, legate alla sua geomorfologia, all'acqua e alle variazioni del territorio. Gli studi sulla viticoltura veneziana evidenziano proprio come le condizioni ambientali abbiano influenzato nel tempo la distribuzione e la sopravvivenza dei vigneti. Alcune isole che in passato ospitavano una viticoltura significativa sono state progressivamente trasformate dall'evoluzione del territorio e dall'abbandono degli insediamenti.

Anche per questo la viticoltura lagunare richiede un rapporto molto diretto con il territorio.

Qui la vite non è semplicemente piantata in un vigneto qualsiasi: cresce all'interno di un ambiente in cui terra e acqua convivono continuamente.

Il vento della laguna, l'umidità, la particolare conformazione dei terreni e la difficoltà di raggiungere alcune aree rendono il lavoro agricolo diverso da quello delle grandi zone viticole dell'entroterra.

È una viticoltura fatta spesso di piccoli appezzamenti e di lavoro manuale.

Ed è proprio questa dimensione, oggi, a renderla così particolare.

Le isole agricole di Venezia

Tra le isole della Laguna, Sant'Erasmo è forse quella che più di tutte rappresenta il legame tra Venezia e l'agricoltura.

Conosciuta come l'"orto di Venezia", l'isola ha una lunga tradizione agricola e ancora oggi conserva un paesaggio molto diverso da quello del centro storico.

Ma Sant'Erasmo non è l'unica isola ad aver avuto una vocazione agricola.

Anche Le Vignole, Mazzorbo e Torcello hanno fatto parte della storia agricola e viticola della laguna. Le fonti storiche mostrano quanto fosse diffusa la presenza della vite nelle isole veneziane.

Il nome stesso delle Vignole è particolarmente evocativo: richiama un luogo dove la coltivazione della vite apparteneva al paesaggio.

Una viticoltura che rischiava di scomparire

Come è successo in molte altre zone d'Italia, anche nella Laguna veneziana la viticoltura ha attraversato un lungo periodo di declino.

L'abbandono di alcune aree agricole, i cambiamenti economici e sociali e la trasformazione del territorio hanno progressivamente ridotto la superficie coltivata a vite.

Il risultato è stato che molte delle antiche vigne sono scomparse, lasciando soltanto poche testimonianze.

Ma la storia non è finita qui.

Negli ultimi decenni sono nate diverse iniziative dedicate al recupero delle vigne storiche veneziane e alla conservazione del rapporto tra la città e il suo territorio agricolo. Tra queste, l'associazione Laguna nel bicchiere – Le vigne ritrovate ha lavorato al recupero e alla valorizzazione di antichi vigneti presenti nella città e nelle isole della laguna.

Questi progetti hanno avuto un ruolo importante anche nel riportare l'attenzione su una parte del patrimonio veneziano che rischiava di essere dimenticata.

La riscoperta della Dorona

Tra le storie più affascinanti della rinascita della viticoltura veneziana c'è quella della Dorona, conosciuta anche come Uva d'Oro.

Si tratta di un antico vitigno a bacca bianca legato alla Laguna di Venezia, che nel corso del Novecento aveva rischiato di scomparire.

Il recupero della Dorona è diventato uno degli esempi più significativi della rinascita della viticoltura lagunare. La Regione Veneto documenta il lavoro di recupero del vitigno, individuato e valorizzato grazie alla collaborazione tra istituzioni, ricerca e operatori privati. Nel 2012 la Dorona è stata inoltre formalmente inserita tra le varietà di vite ammesse per la provincia di Venezia, limitatamente alle isole della Laguna.

Il progetto di recupero a Mazzorbo ha contribuito a riportare la Dorona al centro dell'attenzione, con la prima vendemmia moderna destinata alla produzione di vino nel 2010.

Ma la storia della Dorona non appartiene soltanto al passato.

Grappolo di uva Dorona durante vendemmia

Le Vignole e una nuova generazione di vignaioli

Oggi la viticoltura veneziana continua anche grazie a piccoli produttori che scelgono di lavorare in questi territori e di confrontarsi con le loro difficoltà.

Sull'Isola delle Vignole, per esempio, l'Azienda Agricola Biniola coltiva un piccolo vigneto di Dorona di 0,7 ettari, piantato nel 2019 e condotto secondo i principi dell'agricoltura biologica e con un approccio poco interventista.

È una dimensione molto lontana dalla viticoltura industriale.

Pochi ettari, molto lavoro manuale e un rapporto quotidiano con la vigna.

Ed è forse proprio questa la caratteristica che accomuna molte delle esperienze contemporanee di viticoltura lagunare: non la ricerca della quantità, ma la volontà di mantenere vivo un rapporto con un territorio particolare.

Due modi di interpretare un territorio

La Dorona è un esempio particolarmente interessante perché permette di raccontare la stessa uva attraverso interpretazioni differenti.

Dal piccolo vigneto delle Vignole nascono, per esempio, due vini diversi: la Dorona IGT Veneto, più fresca e immediata, e Uà d'Oro, che trascorre circa un anno in vasca di cemento e sviluppa un'espressione più ampia e matura.

Il punto non è soltanto produrre un vino da un antico vitigno.

È cercare di capire cosa può raccontare oggi quella vite.

Perché recuperare un vitigno antico non significa necessariamente cercare di riprodurre esattamente il vino di cento o cinquecento anni fa. Significa piuttosto permettere a quel vitigno di continuare a vivere e trovare una nuova espressione nel territorio in cui è nato.

Il futuro della viticoltura veneziana

La viticoltura veneziana rimane una realtà piccola.

E forse è proprio questo uno dei suoi valori.

In un territorio fragile e particolare come quello della Laguna, ogni vigneto recuperato rappresenta qualcosa di più di una semplice superficie agricola.

Rappresenta la conservazione di un paesaggio, di una biodiversità e di una memoria agricola.

La ricerca sulla storia della viticoltura veneziana mostra infatti come il rapporto tra Venezia e la vite sia molto più profondo di quanto possa apparire a prima vista. Dalle vigne dei monasteri alle isole agricole, fino ai piccoli vigneti recuperati negli ultimi decenni, esiste una continuità fatta di frammenti, persone e territori.

Oggi quei frammenti possono tornare a dialogare tra loro.

E forse il modo migliore per guardare al futuro della viticoltura veneziana è proprio questo: non cercare di ricostruire una Venezia che non esiste più, ma continuare a coltivare ciò che di quella storia è ancora vivo.

Tra le isole, la laguna e la città.

Tra una vigna e l'altra.

E, naturalmente, dentro un bicchiere.

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